lunedì 7 dicembre 2009

Atto I

Tutti abbiamo provato quell'estasiante sensazione.
E' un assolato pomeriggio di dicembre, freddo e luminoso.
Una rara perla di bianca luce, un'anomala lacrima di cristallo che vuol precedere l'inverno.
I colori vivaci dell'autunno vanno spegnendosi. La musica degli archi luminosi e delle leggere trombe va dissolvendosi in un soporifero silenzio: calano i toni, si abbassano i volumi, si dilatano i tempi nel lento diminuendo che lascerà spazio a lontani e isolati tamburi, a qualche borioso e balbettante fagotto, alle ottave più gravi e ai tenori, con qualche lieve e nostalgico suono di ottavino disseminato per il tempo, a scandire l'ordinata marcia di giorni sempre più brevi, di ore sempre più lunghe.
Ma è in questa perla rara che inizia un adagio di leggeri, soavi, melanconici violini, è in questa lacrima di cristallo che si odono indistintamente le note della speranza, di una speranza che rievoca la vivacità della stagione appena trascorsa, alternando il frizzare dell'atmosfera di gioia all'incupimento per ciò che si è perso, per ciò che si è dileguato in una tonalità minore di flauto traverso.

Il martellante tamburo dell'inverno si ovatterà col silenzio della neve albina, e quando la soffice lacrima che riga il volto del cielo si ghiaccerà, il gelo del cuore si fonderà in acqua di fresche rugiade, e torneranno a poco a poco violini, flauti, timbri brillanti. S'oderà qualche squarcio lontano di tromba festosa, quando finalmente il sole sorriderà al sognato sapore della nuova sperata stagione, e l'orchestra si riunirà in una nuova splendente sinfonia di colori e forme, di policrome scale ascendenti e di brillanti accordi maggiori, quando la festosità arriverà ad accompagnare il tenero nascere e sbocciare dei fiori, gioielli della Natura, allora sapremo tutti che sarà tornata la primavera, che fisarmoniche, violoncelli, trombe, corni, pianoforti, tube si saranno finalmente riconciliati nella barocca ode alla gioia della più bella stagione, e tutti potremo gioire della tiepida frescura dei giardini e dei prati pullulanti di vita, del glorioso frizzare dell'imponente natura che si fa ape, o bacca, o fiordaliso, che si manifesta impetuosa nel tremulo trepidare del piccolo popolo della Terra che si alimenta del sorriso, del pianto, del sentimento più paradisiaco e del più infernale; allora la nostra mente sarà altrove, a contemplare sé stessa e l'immenso creato, a chiudere gli occhi iridescenti che sognano imperituri le luci color dell'aurora, solo allora la felicità abbandonerà l'iperuranio per discendere nei nostri cuori bisognosi.

Ma adesso è ancora inverno. E' ormai scesa la sera nel belmezzo del pomeriggio, la frescura della lacrima di cristallo si è trasformata nel congelato freddo di un fiocco di ghiaccio, l'ottavino penetrante va scemando nella gravità dei fiati più bassi, il tamburo ha iniziato a martellare.

E' inverno.

1 commenti:

  1. Era la forza del sovrastante inverno a ghiacciare la tua anima e a renderla insieme così frizzante fresca e limpida da potersi specchiare in essa..
    Come sorgente d'acqua pura e libera,spargi cristalli vivi in ogni a te vicina presenza.

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