lunedì 7 dicembre 2009

Contraddizione ed Astrazione


L'antitesi

è la poesia

della prosa


Si spezza la mia metrica,
s'ottunde la mia mente.

La consistenza angelica
del verso irriverente
annebbia ed irretisce
chi duolo non patisce;
disgarba e più ferisce
la mente della gente,
che buona e benpensante
si pasce di pietanze
condite di speranze;
ammazza e disconsola
chi alla ragione sola
non offre polsi e vene,
chi soffre le mie pene,
chi lacerato viene
errando senza speme,
chi al cuor vuol ubbidire,
chi in cuor sa ben patire,
chi nel cuor non invecchia
e chi nel cuor si specchia.
chi per il cuor impazza,
chi per il cuor s'ammazza.

Che val spender vocaboli
antichi fra i tuoi versi,
quando in un cuore quieto
follia tu non riversi?

Parlami di poesia solenne, vecchio
ricordo dei tempi trascorsi,
parlami di terzine, ché all'orecchio

sembri più dotto tu dei tuoi discorsi
da falsità ed ipocrisia pervasi,
come il modo ch'il colto usa per porsi

due spanne sopra tutti in tutti i casi.
Versi ancestrali, musica forzata,
imprigionati in trappole di stasi.

Che vale dunque aver
in luogo del piacer
di scriver di follia
un misero collage
di rime e di senhal,
d'anafore e di strofe,
di lunghi enjambement?

Il cuore mi si sradica
dal petto triturato,
lo sterno mi si spappola,
si sbriciola il costato:
amor non corrisposto
mi taglia a mezzo il fiato,
l'affetto ricercato
rifugge disperato,
l'affetto non trovato
m'assale a perdifiato.

L'asceta che bestemmia,
il poeta che s'adira.
Un'anima che scanna
il pensiero con l'accetta:
mannaia insanguinata
macella l'asfaltata
strada del mio piacere
che senza possedere
nulla possiede angoscia,
è l'unico rifugio,
l'unico mio pertugio,
è l'ansia di fallire,
paura di morire,
morire interiormente
fra il riso della gente.

Chi mi sta più vicino
è colui che più m'ancide,
chi mi è più gran nemico
è colui che mi rafforza:
non troverò giammai
sotto la ferrea scorza
la forza di comprendere
celata dall'arsura
la forza di combattere
le forze di Natura.

Ode all'Adesso

Perché l'eruditismo attira tanto
la falsità del grande letterato?
Perché di arcaismi si fa vanto
chi prova a rimestare nel passato?

Imitazioni d'imitate copie
sono l'oggetto delle grande rime
che saggi e dotti e savi a cornucopie
propinano pel loro labor limae.

Ma dico io: che vale scriver bene
se l'argomento sa d'insipidume?
io preferisco allora un testo crudo

Che senza tali orpelli e cantilene
possa mettere a nudo il suo marciume,
che tutti possan dire: "Il re l'è nudo!"

Atto I

Tutti abbiamo provato quell'estasiante sensazione.
E' un assolato pomeriggio di dicembre, freddo e luminoso.
Una rara perla di bianca luce, un'anomala lacrima di cristallo che vuol precedere l'inverno.
I colori vivaci dell'autunno vanno spegnendosi. La musica degli archi luminosi e delle leggere trombe va dissolvendosi in un soporifero silenzio: calano i toni, si abbassano i volumi, si dilatano i tempi nel lento diminuendo che lascerà spazio a lontani e isolati tamburi, a qualche borioso e balbettante fagotto, alle ottave più gravi e ai tenori, con qualche lieve e nostalgico suono di ottavino disseminato per il tempo, a scandire l'ordinata marcia di giorni sempre più brevi, di ore sempre più lunghe.
Ma è in questa perla rara che inizia un adagio di leggeri, soavi, melanconici violini, è in questa lacrima di cristallo che si odono indistintamente le note della speranza, di una speranza che rievoca la vivacità della stagione appena trascorsa, alternando il frizzare dell'atmosfera di gioia all'incupimento per ciò che si è perso, per ciò che si è dileguato in una tonalità minore di flauto traverso.

Il martellante tamburo dell'inverno si ovatterà col silenzio della neve albina, e quando la soffice lacrima che riga il volto del cielo si ghiaccerà, il gelo del cuore si fonderà in acqua di fresche rugiade, e torneranno a poco a poco violini, flauti, timbri brillanti. S'oderà qualche squarcio lontano di tromba festosa, quando finalmente il sole sorriderà al sognato sapore della nuova sperata stagione, e l'orchestra si riunirà in una nuova splendente sinfonia di colori e forme, di policrome scale ascendenti e di brillanti accordi maggiori, quando la festosità arriverà ad accompagnare il tenero nascere e sbocciare dei fiori, gioielli della Natura, allora sapremo tutti che sarà tornata la primavera, che fisarmoniche, violoncelli, trombe, corni, pianoforti, tube si saranno finalmente riconciliati nella barocca ode alla gioia della più bella stagione, e tutti potremo gioire della tiepida frescura dei giardini e dei prati pullulanti di vita, del glorioso frizzare dell'imponente natura che si fa ape, o bacca, o fiordaliso, che si manifesta impetuosa nel tremulo trepidare del piccolo popolo della Terra che si alimenta del sorriso, del pianto, del sentimento più paradisiaco e del più infernale; allora la nostra mente sarà altrove, a contemplare sé stessa e l'immenso creato, a chiudere gli occhi iridescenti che sognano imperituri le luci color dell'aurora, solo allora la felicità abbandonerà l'iperuranio per discendere nei nostri cuori bisognosi.

Ma adesso è ancora inverno. E' ormai scesa la sera nel belmezzo del pomeriggio, la frescura della lacrima di cristallo si è trasformata nel congelato freddo di un fiocco di ghiaccio, l'ottavino penetrante va scemando nella gravità dei fiati più bassi, il tamburo ha iniziato a martellare.

E' inverno.